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Area Sviluppo
Dipartimento politiche economiche

Destinazione delle quote di TFR in busta paga.
Un’opportunità per pochissimi, una perdita rilevante per tutti.
Analisi dell’incidenza del provvedimento sulla situazione economica delle
famiglie di lavoratori dipendenti.

Roma, 12 marzo 2015
Dal marzo 2015 sarà possibile per i lavoratori del settore privato con esclusione di
domestici e agricoli richiedere l’anticipo in busta paga delle quote mensili del Trattamento
di fine rapporto (TFR) anche detta liquidazione.
Tale possibilità, prevista dalla legge stabilità 2015 nei commi da 26 a 34 dell’articolo 1, è
stata presentata come una possibilità in più per il lavoratore ed un impulso ai consumi utile
per uscire dalla crisi di domanda in cui ci troviamo dal 2009.
Nei fatti, e come vedremo, a differenza del bonus di 80 euro (che comunque non è stato
esteso a incapienti e pensionati come da noi richiesto) e del mix decontribuzione e jobs
act che costituisce un grande regalo per le aziende, la possibile anticipazione del TFR
altro non è che un tentativo di rilanciare i consumi dei lavoratori utilizzando risorse che già
ai lavoratori appartengono.
E, come abbiamo già spiegato nella nostra audizione del 4 novembre 2014 alle
commissioni riunite di Camera e Senato, il vero scopo di questa anticipazione del TFR
sono le previste maggiori entrate per l’erario per circa 2.400 milioni; la finalità di maggiore
entrata è confermata dal fatto che tale opzione sia preclusa ai dipendenti delle pubbliche
amministrazioni1.
Sulla tassazione inoltre ci sono da fare ulteriori approfondimenti.
Infatti la norma stessa precisa che le quote TFR richieste in anticipo sono assoggettate a
tassazione ordinaria, e non rilevano ai fini della retribuzione pensionabile né per il diritto e
la misura del bonus 80 euro; non sarà quindi versata contribuzione e nessuno correrà il
rischio di perdere gli 80 euro mensili per esplicita esclusione normativa, tuttavia la
tassazione dell’anticipo sarà quella ordinaria, e tali quote di maggior reddito rientreranno
nel reddito complessivo, con relativo assoggettamento anche alle addizionali locali.
Quando si parla di “tassazione ordinaria” questo significa che tale reddito viene
assoggettato all’aliquota marginale, anziché alla aliquota media secondo le regole della
c.d. tassazione separata.
L’aliquota marginale effettiva deriva non solo dall’aliquota formale applicata, ma anche
dall’incidenza del nuovo reddito nella diminuzione delle detrazioni da lavoro dipendente e
per familiari a carico le quali sono inversamente proporzionali al reddito complessivo.
Facciamo un esempio, prima della specifica tabella
Se il reddito lordo fiscale è pari a 25.000,
per cui la quota di TFR è 1902 (poiché si calcola sulla retribuzione contrattuale che è
comprensiva della quota di contribuzione Inps a carico del lavoratore),
1La differenza tra le minori entrate derivanti dal mancato versamento delle quote TFR al fondo INPS (che sarebbero dovute comunque
essere restituite al momento della percezione) e le maggiori entrate derivanti dall’assoggettamento (anticipato) a tassazione di quote
che sarebbero state riscosse in futuro è pari, nel triennio, 700 milioni -Relazione MEF-.

Avremo un nuovo reddito lordo fiscale di 26.902.
La tassazione IRPEF nazionale sulla quota TFR sarà pari a 599 euro, cioè il 31,5%
L’aliquota media che sarebbe stata utilizzata ordinariamente per la tassazione del TFR2
sarebbe stata pari al 24,60%, per un’imposta di 467,97 euro
Ricordiamo inoltre che, quasi ad incentivare la richiesta del TFR in busta paga, la stessa
legge stabilità ha innalzato le aliquote sui rendimenti della previdenza complementare e
del TFR lasciato in azienda (o presso l’apposito fondo INPS).
Sono stati infatti innalzate le aliquote, e dall’undici si è passati al diciassette per cento per i
rendimenti del TFR e addirittura fino al venti per la previdenza complementare.
Ribadiamo, come nella nostra precedente comunicazione, il timore che si stia
intraprendendo la strada di erodere tutti i benefici fiscali originariamente previsti per la
previdenza complementare come incentivo all’adesione prima che questi promessi
benefici dispieghino i propri effetti su larga scala. Uno degli effetti di questo agire sarebbe
anche quello di diminuire la fiducia dei lavoratori nei confronti di quanti hanno loro
consigliato di indirizzare i propri risparmi previdenziali verso i fondi complementari.
1) Anticipo Tfr in busta paga: valutazioni sulla (non) convenienza fiscale
Pubblichiamo la tabella con l’incidenza fiscale del TFR percepito in busta, cercando di
chiarirne il reale impatto, viste anche le tante e diverse versioni in questi giorni pubblicate
in Tv, giornali e web.

Note: La quota di TFR è calcolata sull’imponibile previdenziale, cioè sulla retribuzione contrattuale valutata prima del
prelievo previdenziale a carico del lavoratore. La tassazione separata è intesa alla fine del conguaglio dell’Agenzia delle
Entrate, da effettuarsi entro il quarto anno successivo all’erogazione del trattamento, applicando la aliquota media del
quinquennio. Le addizionali sono calcolate nella misura complessiva del 1,8%, ma possono variare a seconda della
residenza. L’imposta ordinaria applicata è superiore all’aliquota nominale (23%, 27%, 38% 41% o 43%) in quanto per
maggiore correttezza è stata utilizzata la marginale effettiva, che comprende anche l’effetto di abbassamento della
detrazione. Il caso preso in considerazione è quello di un lavoratore single. In caso di carichi familiari lo svantaggio
fiscale si accresce.
2Utilizziamo l’aliquota che utilizzerebbe l’Agenzia delle Entrate nel momento in cui effettuasse il conguaglio a norma dell’articolo 19
TUIR, ovvero, per quote successive al 2001, utilizzando l’aliquota che si ottiene rapportando i redditi complessivi degli ultimi 5 anni alle
imposte pagate nei relativi periodi. La tassazione separata che applicherebbe l’azienda si calcola con modalità diverse.

Come da tabella, e come prevedibile viste anche le poste previste in legge stabilità, la
richiesta di anticipo delle quote maturande di liquidazione è fiscalmente non
conveniente, quale che sia il reddito, eccezion fatta per redditi particolarmente bassi.
Crescendo il reddito, diventa sempre maggiore il differenziale tra le imposte che si
pagherebbero incassandolo a fine rapporto.
Si nota subito, comunque, che con l’esclusione dei redditi che si collocano nella soglia di
incapienza di fatto (ovvero i non capienti o quelli che tali diventano grazie al bonus degli
80 euro), quale che sia il reddito complessivo (che qui ipotizziamo coincidente con il
reddito da lavoro dipendente) è sempre presente una maggior pressione fiscale, causata
da una aliquota più elevata e dall’applicazione delle addizionali locali. Le valutazioni in
merito alla convenienza, quindi, devono essere fatte prendendo a riferimento dei valori
esterni alla partita fiscale, e individuali.
Elementi di valutazione
L’impossibilità a far fronte alle spese per eventi temporanei che hanno ridotto il flusso di
liquidità nella famiglia è il caso tipico. In presenza di una diminuzione delle entrate (ad
esempio per la perdita del lavoro e la fine del periodo di percezione degli ammortizzatori
sociali di un componente del nucleo) l’aumento, per quanto fittizio, del salario, può essere
una scelta obbligata per evitare di ricorrere a fonti di finanziamento più costose.
L’indebitamento familiare può essere un altro dei parametri da prendere in considerazione.
In presenza di debiti, mutui, o fidi concessi da istituti di credito è possibile valutare la
possibilità che la perdita fiscale e le rivalutazioni a cui si rinuncia siano un costo inferiore
rispetto al tasso d’interesse applicato. In questi casi devono essere valutati diversi
elementi:
1. Durata del finanziamento: è evidente che mentre è certa la durata del
finanziamento, meno certa è la data in cui il TFR sarà disponibile, per cessazione,
acquisto o lavori di ristrutturazione di casa d’abitazione, congedi o esigenze
sanitarie proprie o dei propri figli. Quando si riduce il capitale residuo di un mutuo o
un prestito le conseguenze in termini di minori interessi da pagare si protraggono
per più anni, ma tale riduzione deve essere interpretata come un investimento il cui
vincolo è pari al periodo residuo previsto, senza le sopra ricordate eccezioni
previste invece per il TFR.
2. Possibilità ed eventuali costi di riduzione del capitale residuo: possono essere
presenti clausole che prevedono l’obbligo di costi accessori da versare all’ente
debitore in caso di estinzione anticipata, anche parziale, del prestito concesso.
Ricordiamo che tali clausole sono nulle se relative a mutui concessi dopo il 2007
(c.d. Decreto Bersani) per l’acquisto o per la ristrutturazione di unità immobiliari
adibite ad abitazione ovvero allo svolgimento della propria attività economica o
professionale da parte di persone fisiche.
3. Tasso applicato: il tasso di rivalutazione del TFR lasciato in azienda o al fondo INPS
è, lo ricordiamo, pari all’1,5% più il 75% dell’inflazione. Laddove per 3 anni non
venga accantonato il TFR, questa quota mancante farà perdere tale rivalutazione
per ogni anno fino alla riscossione finale(vedi approfondimento di seguito nel testo).
Ipotizzando che a regime nell’Eurozona si raggiunga l’obiettivo del 2%, possiamo
ipotizzare un rendimento medio annuo pari al 3%.

2) Valutazione dei costi non fiscali
Nella valutazione dei costi, oltre a quelli fiscali -applicazione dell’aliquota marginale e delle
addizionali locali e diminuzione della detrazione-, è bene valutare anche la diminuzione
delle prestazioni legate al reddito, ad esempio gli assegni al nucleo familiare, eventuali
assegni sociali o erogazioni assistenziali, e tutte le prestazioni legate al reddito familiare
come valutato da ISEE. Il TFR anticipato, infatti, rientra in tutte tali valutazioni come
reddito imponibile Irpef, mentre normalmente la liquidazione è considerata come reddito a
parte e generalmente non rilevante.
Assegno sociale
Una famiglia composta, ad esempio, da una donna che lavori ed abbia un reddito pari a
10.000 euro ed un marito percettore di assegno sociale parziale, pur non scontando una
diminuzione del reddito netto, vedrebbe l’assegno del coniuge passare da 1.661 euro a
900 euro, con una perdita di reddito familiare di circa 60 euro al mese, compensata da
maggiori entrate del coniuge di pari importo che rendono neutra l’operazione (ma con la
rinuncia al futuro beneficio che di fatto chiude tale operazione con una perdita).
Assegno al nucleo familiare
L’ANF di una famiglia composta da due coniugi ed un figlio minore, diminuisce di un
importo pari a circa 2,28 euro all’anno per ogni aumento di 114,83 euro di reddito
complessivo.
In questo modo, come da tabella, ad eventuali maggiori spese fiscali possono venirsi a
sommare minori entrate per assegno al nucleo familiare.
Non si parla normalmente di importi elevati, ma è comunque utile considerare anche
questa perdita nel momento in cui si valuta di richiedere il TFR in busta paga.

Rivalutazione del TFR
Come abbiamo già ricordato, il tasso di rivalutazione del TFR è dell’1,5% più il 75%
dell’inflazione. Laddove per 3 anni non venga accantonato il TFR, questa quota mancante
farà perdere tale rivalutazione. Nel caso che abbiamo ipotizzato (inflazione al 2%) le
conseguenze, specie per chi ha ancora molti anni di carriera e può fruire di lunghe
rivalutazioni composte, possono essere rilevanti.
Prestazioni legate al valore ISEE
L’aumento del reddito complessivo, come detto, entra nell’indicatore, e questo potrebbe
portare all’obbligo di una maggiore compartecipazione, o addirittura escludere il nucleo
familiare dalle prestazioni che sul valore ISEE fondano la proprie tariffe ed esclusioni.
Citiamo come esempi le rette scolastiche ed universitarie, le esenzioni o riduzioni degli
abbonamenti per i mezzi pubblici, le prestazioni sanitarie e, ultimo arrivato, il nuovo bonus
bebè di 960 euro annui per tre anni previsto dalla stessa legge 190/2014, che spetta ai soli
nuclei che non superino il valore ISEE di 25.000 euro.
Anche in caso di posizione debitorie, quindi, è bene valutare in maniera approfondita la
reale convenienza di richiedere l’anticipazione, analizzando la complessità delle fonti di
reddito e delle prestazioni erogate da datori di lavoro, enti previdenziali, strutture
pubbliche, eccetera.
3) In caso di adesione alla previdenza complementare
La quota del TFR maturando, da qualche anno è possibile che sia stata destinata ad un
fondo di previdenza complementare.
In caso di destinazione del proprio TFR in busta paga per il periodo fino al giugno 2018,
secondo la bozza di DPCM, i lavoratori potranno comunque rimanere iscritti al fondo
complementare, continuando a versare la quota di competenza e continuando ad
accumulare la corrispondente quota a carico del datore di lavoro.
Non è facile fare previsioni sulla perdita previdenziale derivante da tre anni di mancati
versamenti presso la previdenza complementare, in quanto sono molte le variabili, in gran
parte derivanti dalla performance del fondo.
Possiamo però individuare due elementi di valutazione generali:
1)Sospendere il versamento è tanto meno conveniente quanto più è giovane l’età del
lavoratore.
2)Sospendere il versamento incide molto sulle posizioni che, ragionevolmente, saranno
composte da pochi anni di contribuzione.

Quindi lo svantaggio è alto per i lavoratori giovani, che dovranno versare ancora per molti
anni, e per i lavoratori, anche anziani o vicini alla pensione, che hanno iniziato tardi a
versare in previdenza complementare.
Ricordiamo che le quote di trattamento di fine rapporto non sono imponibili dal punto di
vista previdenziale, quindi nell’acquisire anticipatamente tali quote, ogni lavoratore subisce
una perdita automatica (più o meno alta a seconda dei parametri indicati e della
performance del fondo a cui è iscritto) della sua quota di pensione complementare che
non sarà attenuata da nessun aumento del pilastro obbligatorio pubblico.
Ribadiamo che troviamo poco sensato un sistema che cerca di incentivare l’adesione
attraverso meccanismi di silenzio assenso, che ancora mantiene l’irrevocabilità della
scelta di adesione ai fondi, che non permette di modulare l’accantonamento del proprio
TFR tra azienda e fondo e che, contemporaneamente, prevede la possibilità di uscita
temporanea senza alcun tipo di opzione verso altre forme di risparmio (in particolare verso
il TFR in azienda), evidentemente per soli fini di bilancio e di (scarso) sostegno ai consumi
in un “gioco delle tre carte” che, se può essere un’opportunità per pochi casi di crisi
effettiva di liquidità, rischia di risolversi in una trappola per la gran parte dei lavoratori
dipendenti.
In questo contesto aggiungiamo che una delle cause del mancato decollo della previdenza
complementare tra i dipendenti delle piccole aziende è risieduta anche nella ritrosia dei
datori di lavoro che hanno disincentivato quella che per loro è una sottrazione di liquidità
corrente. Crediamo che questo “ricatto” che abbiamo registrato nel 2007 e che ha visto
molti lavoratori impossibilitati di fatto a costruirsi un secondo pilastro previdenziale sarà
questa volta ancor più cogente, vista anche l’effettiva crisi di liquidità delle piccole e medie
imprese in questa fase di credit crunch.